La più grande cooperativa femminile d’Europa si racconta

Percorso di crescita sempre pronto al cambiamento per la Cooperativa Allevatrici Sarde

Una storia bellissima, fondata sulle antiche radici matriarcali della cultura sarda e trasposte in un’idea di impresa capace di evolvere nel tempo, reinterpretando il concetto di business in accordo con le evoluzioni della società. Ecco cosa si potrebbe dire in estrema sintesi per raccontare la Cooperativa Allevatrici Sarde, la più grande coop femminile europea, che nelle sue molte evoluzioni non ha mai dimenticato il significato sociale del fare impresa, specialmente in territori isolati e marginali. E’ in queste zone remote infatti che spesso, travalicando la sua funzione più ovvia, il negozio diventa luogo di incontro, opportunità di scambio, antenna di monitoraggio sociale e attenzione al territorio. Lo racconta la presidente, Pieranna Calderaio che parte dalle origini per arrivare a oggi.

“La cooperativa conta oggi circa 13.800 soci di cui l’80% socie. Potremmo dire che nel nostro caso, servano le quote azzurre, in un’azienda che presenta un Consiglio di Amministrazione al femminile così come l’85% della forza lavoro. Tra i nostri obiettivi, sia per ragioni etiche che per la composizione sociale, ci sono il benessere aziendale e la conciliazione casa-lavoro, una misura che per noi è sempre stata la norma, anticipando i tempi proprio per corrispondere la natura della nostra cooperativa nata da un’iniziativa collettiva femminile. Del resto la società sarda vede da sempre in un ruolo di protagonista la padrona di casa, sa meri, con una funzione tradizionalmente centrale nelle scelte della famiglia. Con la pastorizia, gli uomini erano spesso fuori di casa per mesi delegando alle donne la gestione di casa e famiglia anche sotto il profilo economico. Una cultura tradizionale, questa, che ha inciso sulla struttura della famiglia e l’educazione delle persone oltre che sulla spinta imprenditoriale che ci ha viste antesignane sia in Sardegna che in Italia. La nostra cooperativa ha una lunga tradizione di primogeniture: una di queste è l’agriturismo sardo, fondato da un gruppo di socie nel 1977, sulla falsariga delle malghe trentine.”

 

Una storia democratica e inclusiva
La Cooperativa Allevatrici Sarde nasce dall’intuizione di un’istruttrice rurale, Giuliana Minuti, giunta nel 1959 a dare corpo al Progetto Sardegna che mirava a formare la popolazione su concetti moderni di crescita, basati su una corretta alimentazione, nuove tecniche di coltivazione e la spinta a iniziative di micro-economia locale che generassero crescita nel tempo. Ecco quindi il primo coinvolgimento di 28 donne attraverso incontri informativi dedicati a come migliorarne la situazione socio-economica, che portarono allo sviluppo di un’idea di impresa modellata attorno all’abitudine di allevare polli in cortile come contributo attivo all’economia domestica. Da questo elemento condiviso, venne selezionata una razza specifica, la Livornese, scelta per la produttività, di cui iniziò l’importazione di pulcini con notevoli problemi di sopravvivenza nel corso del lungo viaggio. Da qui nacque l’idea di costruire un incubatoio condiviso dove far nascere i pulcini per poi venderli attraverso degli spacci, distribuiti in tutti i paesi delle socie aderenti, attivamente coinvolte nella gestione della vendita di animali e mangimi e, poi, generi alimentari e di prima necessità.

“L’aspetto interessante di quell’esperienza” prosegue Pieranna Calderaio “è legato alla capacità di fare impresa condividendo obiettivi su un ampio territorio, ma anche nell’esperienza democratica, visto che le gerenti venivano elette ogni anno e, infine, nella leva culturale che portava donne chiuse in un contesto rurali a fare rete, aprirsi alle logiche economiche e organizzative e costruire un modello di impresa che è arrivato fino ai giorni nostri. Le socie, passate da 28 a 500 in poco tempo, dovevano gestire l’incubatoio attraverso la compartecipazione, condividendo una soluzione tecnologica che permettesse di rendere efficiente l’allevamento. I polli venivano quindi commercializzati a prezzo calmierato, sulla base di un’attività che veniva gestita dalle socie e a vantaggio delle socie. “

 

Una società che cambia, una cooperativa che evolve
Con lo sviluppo di nuovi stili di vita anche i consumi si modificano e nel 1968, quando la struttura delle famiglie comincia a evolversi, emerge la necessità di dotare i paesi di un servizio di distribuzione alimentare andando oltre i piccoli negozi dove l’economia di scala e i prezzi calmierati erano e sono ancora oggi impossibili. L’offerta commerciale evolve quindi dalla vendita di pulcini a dei veri e propri piccoli supermarket caratterizzati da prezzi calmierati attraverso un acquisto collettivo di merci in grandi quantità.

“Fino al 2015, i punti vendita venivano gestiti sulla base di un modello democratico fondato sulla condivisione delle gerenti che ogni anno venivano elette dalla base sociale.” Prosegue ancora la presidente “Le socie del paese eleggevano chi dovesse gestire il punto vendita. Una prassi sopravvissuta all’avvento della legge Fornero che pur abolendo l’associazione in partecipazione prevedeva un’eccezione proprio per la nostra cooperativa, ma giunta alla fine del suo percorso nel 2015, con il Jobs Act, che escludendo dalle eccezioni le cooperative di persone ha imposto l’assunzione di tutte le gerenti scelte per quell’anno, trasformando un percorso democratico e partecipativo in un rapporto di lavoro. Una rivoluzione importante che ha sicuramente mutato la natura solidale e sociale dei punti vendita che rappresentavano un momento di responsabilità collettiva non della gerente eletta ma della base sociale che ne faceva parte. Si è quindi persa la dimensione partecipativa, ma non certo la sensibilità sociale che ha ispirato le scelte etiche e commerciali degli anni successivi. Pensiamo alle iniziative prese nel corso dell’emergenza Covid quando i nostri prezzi sono rimasti bloccati con uno sconto del 10% nel mese di aprile 2020, oppure al mantenimento di negozi di prossimità in paesi difficilmente raggiungibili e spesso popolati da poche persone, prevalentemente anziane, dove riteniamo di dover rimanere per tenere viva l’idea della mutualità che ci contraddistingue e che permette di redistribuire le perdite mantenendo servizi essenziali per le comunità in cui operiamo.”

 

L’annus horribilis della cooperativa e lo spirito di comunità mutualistica: il ruolo di Factorcoop
Nel 2016, agli extra costi dovuti all’assunzione delle socie si aggiunge un incendio che danneggia irreparabilmente il centro di distribuzione della rete di negozi, che conta oggi 30 punti vendita in costante evoluzione e un fatturato di circa 15 milioni di euro. Ed è qui che il mutualismo entra in campo andando oltre il perimetro della Cooperativa Allevatrici Sarde, a cui giungono in soccorso Legacoop Nazionale, la rete di distribuzione di una cooperativa di consumo concorrente, Conad, che si è messa a disposizione per garantire la continuità di fornitura e Factorcoop, intervenuta con i propri strumenti finanziari per garantire alla cooperativa in difficoltà la flessibilità finanziaria indispensabile per gestire l’emergenza e lo shock finanziario conseguente. Quella con Factorcoop è una collaborazione che non si è poi interrotta anche ad episodio chiuso e che fa oggi parte della prassi gestionale della cooperativa, favorendone la spinta imprenditoriale e la capacità di spesa a vantaggio in particolare di quelle aree marginali dove nessuna iniziativa economica esclusivamente fondata sul profitto potrebbe guardare.

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